sabato 4 aprile 2009


Gran Torino: ancora una lezione dal "vecchio" Clint
Perchè un uomo bianco, reduce della guerra di Corea, con la bandiera a stelle e strisce appesa fuori dalla porta deve trovarsi circondato da immigrati asiatici nel suo, e ripeto suo, quartiere? E difendere il suo piccolo giardino dalla scorribande di quattro teppisti immigrati? Fortuna che tiene in garage una vecchia Gran Torino ancora fiammante e ci fa credere di essere ancora l'ispettore Callaghan. E' per questo che lo seguiamo nella sua indignazione e nella sua intolleranza e lui ci porta dritto in casa dei musi gialli ma non per sparare, ma per mangiare strani piatti d'oriente, trovare ancora un pò di saggezza e di umanità. Clint si guarda allo specchio e dice:"mi trovo meglio con questi che con i miei figli". Figli che lo vorrebbero all'ospizio e forse lui se lo meriterebbe. Gran Torino racconta delle nostri pregiudizi e delle nostre ipocrisie con poche splendide immagini di un un quartiere nordamericano, ventoso e violento. Ma il caro vecchio Clint, regista e protagonista, ci capovolge pian piano la prospettiva con un finale spiazzante. L'ispettore Callaghan non c'è più, ma senza di lui non avremmo capito la saggezza di "non rispondere al male con il male".
Campo lungo: la Gran Torino si allontana, la strada corre lungo una riva, un lago forse. Dentro un giovane muso giallo con un cane. C'è il sole e ancora vento. Grande lezione Clint.

giovedì 26 marzo 2009

Obama e noi
Sono passati pochi mesi dall'insediamento di Barak Obama alla Casa Bianca. Tanta era stata la sua esposizione mediatica durante la lunga campagna elettorale quanto appaiono parsimoniose ora le sue apparizioni. Sembra voler calibrare ogni uscita a fronte di qualcosa che ha effettivamente fatto, voler comunicare azioni. Da noi tutto appare capovolto, prima si appare e poi, forse, si fa. In questo complice soprattutto un televisione incapace di inseguire le azioni ma complice delle provocazioni. E' vero, l'Italia è uno stivale, ma rovesciato.

domenica 8 marzo 2009

IL VENETO E IL LAVORO: SCENE DA UN MATRIMONIO

Le nozze

Nel primo dopoguerra il Veneto sposò il lavoro. Fu un matrimonio collettivo, dalle città alle campagne fin su nelle valli, ovunque si strinse il legame tra i veneti e il lavoro. E fu così diffuso questo matrimonio che la ricchezza giunse anche nelle più piccole contrade, tanto che il territorio si intreccio con i destini dell’economia e del lavoro. Decine e decine di zone industriali, grandi e piccole, e tanti capannoni dove vivere la vita coniugale. E crebbe la famiglia, i figli si sposarono anche loro e sorsero altri piccoli capannoni. E la festa fu così grande che invitarono gente da ogni dove, che parlavano le lingue più diverse, per portare mani forti per applaudire gli sposi.

La crisi matrimoniale

Eccoci all’oggi, il matrimonio in crisi. Forse il lavoro è scappato con la Romania, o il Brasile e la Cina. Ma no, anche la sono baruffe e abbandoni, separazioni e divorzi. Allora dove andato il lavoro? E “varda chi che te me ghe mena in casa”, migliaia di braccia che hanno piccoli figli a scuola, comprato la casa con il mutuo, impiantato un destino in una terra straniera. Lavoro traditore, dove sei, cosa hai fatto di noi e cosa sarà di noi?

Si respira questo sentimento tra le genti venete in questi mesi di crisi profonda. Si respira il timore di essere stati traditi, abbandonati. Magari senza colpa, come si crede sempre nelle crisi matrimoniali. Qualche imprenditore mi chiama per dirmi che chiederà la cassa integrazione e se ne vergogna, perché non lo ha mai fatto anche nei momenti più duri del passato, quando tra moglie e marito c’era qualche problema. Persino il sindacato, che incontravo raramente mentre le nozze fiorivano, si fa vivo sempre più spesso e, a dispetto delle più ragionevoli previsioni, è ridiventato necessario, perché il matrimonio va salvato, almeno questo s’intende.

Cosa si porta in dote

Quel che è andato non tornerà più, lo sostengono tutti, ma quel che verrà è tutto da scrivere ed è qui che si gioca la sfida di chi si occupa di lavoro, che sia imprenditore o lavoratore. Allora da un congresso di sindacato vorremmo sentire parole che riguardano il lavoro che verrà piuttosto che di quello che esiste e dei suoi privilegi. Mi dicono, non ho esperienza diretta, che nelle terapie di coppia si chiede agli sposi di rivedere innanzitutto i pregiudizi che ognuno ha sull’altro. A chi vuol difendere il lavoro è chiesto oggi di pensare anche a come riprodurlo, moltiplicarlo. E questo comporterà anche rompere i propri schemi, le proprie sicurezze passate per anticipare le promesse future. Non che a questo sfuggano gli imprenditori e tanto meno il territorio, che poi sono i sindaci e i comuni, le regioni e le istituzioni. Perchè la vecchia dote non basta più: abbiamo ancora il sistema della mobilità del dopoguerra, quello della formazione degli anni settanta, ricerca e innovazione sono parole vuote, le nostre agenzie per l'impiego sembrano addirittura ottocentesche. Metropolitana regionale e alta velocità, formazione tecnica e università, politiche attive del lavoro, sostenibilità ambientale come leva di sviluppo, questa è la dote per il nuovo matrimonio. Attorno a queste scelte stategiche deve essere saldata l'unione coniugale: territorio, imprese, lavoratori, insomma il patto dei produttori.

Sta nel coraggio di fare questo la scommessa che si torni alle nozze, nella forza di volgere lo sguardo avanti, di affiancare il merito alle tutele, i nuovi lavori ai tradizionali impieghi, le differenze territoriali all’egualitarismo datato. Si tratta della stessa spinta che pone oggi molti sindaci a rivendicare più autonomia e più responsabilità e, in fondo, la molla di questa nostra storia che non può essere tradita.

Pubblicato sul Giornale di Vicenza di sabato 7 marzo, in occasione del congresso della CISL

domenica 22 febbraio 2009

Bruxelles
A destra avevo un sindaco della Lituania, a sinistra uno del Portogallo. Insieme ad altri 300 sindaci europei abbiamo firmato il Patto Europeo per l'Energia. La città è grigia, brilla solo la Piazza Reale, ma il Parlamento Europeo impressiona per mole e architettura. Dentro si respira un'aria tutta particolare, di miscuglio di piccole lingue occidentali e dell'inglese usato come esperanto. A parte la cerimonia nella grande aula del parlamento, emozionante, il resto è un brulicare di incontri che ti aprono inediti orizzonti su piccoli e grandi comunità di ogni angolo d'Europa. Una continua scoperta di esperienze, attività, esperimenti. L'Europa ve lo assicuro esiste e cresce anche senza di noi, piccoli italiani di provincia. E' un vero peccato, per noi e per l'Europa.